Alfred Hitchcock, il cinema del grande “Maestro del brivido” (SECONDA PARTE)

Durante gli anni Cinquanta Alfred Hitchcock decise di avvicinarsi di più ai gusti del pubblico, ottenendo un notevole successo, regalando alla storia del cinema i suoi più grandi capolavori: “Il delitto perfetto”, “Nodo alla gola”, “La finestra sul cortile”, “Vertigo – La donna che visse due volte”, “L’uomo che sapeva troppo” e “Caccia al ladro”.

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James Stewart in “La finestra sul cortile” (1954)
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Grace Kelly in “Delitto perfetto” (1954)

In tutte queste pellicole si può notare il gusto per i misteri e gli enigmi, nonché la sua grande capacità di creare delle figure “a tutto tondo” e non delle semplici maschere, aggiungendo numerosi dettagli ad ogni singolo personaggio. A ogni attore era quindi richiesto di sapersi calare alla perfezione nella logica del proprio personaggio. Hitchcock fu anche uno dei primi registi cinematografici ad utilizzare i cosiddetti storyboard, ossia dei disegni, realizzati da egli stesso, che illustravano le diverse inquadrature che dovevano comporre una scena. A testimonianza della sua grande minuziosità basti pensare alla celeberrima scena della doccia nel film “Psyco”, in cui il regista si servì di ben settanta inquadrature per soli quarantacinque secondi di scena. Egli riuscì anche ad eliminare quasi completamente il fastidioso effetto dei cosiddetti “tagli di montaggio”, dovuti alla breve durata di un rullo di pellicola, che all’epoca era di circa dieci minuti, mascherando le riprese con particolari movimenti della camera. Nonostante egli abbia girato i suoi film in un’epoca in cui sostanzialmente non esistevano effetti speciali, riuscì ad utilizzare ingegnosi artifici stilistici, come ad esempio le zoomate in primissimo piano sui volti dei personaggi, utilizzate per mostrare al meglio le espressioni del viso, le inquadrature in soggettiva su immagini distorte e confuse per rappresentare ricordi o sogni, oppure l’improvvisa e veloce carrellata all’indietro con lo zoom utilizzata, per esempio, in alcune scene di “Vertigo” al fine di offrire allo spettatore il senso di vertigine del protagonista.

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Scena tratta da “Vertigo” (“La donna che visse due volte”, 1958)

Egli fu molto minuzioso anche nella scelta degli interpreti, poiché la sua preoccupazione principale era quella di offrire qualcosa di credibile e “vero” anche nella finzione del cinema. Con alcuni attori ebbe anche un certo rapporto di amicizia e di stima reciproca, specialmente con Cary Grant e James Stewart, i quali recitarono in diverse pellicole. Controverso fu invece il rapporto del regista con le figure delle protagoniste femminili, ossessivamente molto simili l’una dall’altra in ogni film: si trattava di solito di una donna molto affascinante, alta e rigorosamente bionda, con i lineamenti sottili e puliti, che nascondeva una personalità ambigua, o in alcuni casi addirittura malvagia. Le sue attrici preferite furono, senza alcun dubbio, l’affascinante Ingrid Bergman e la divina Grace Kelly, le quali incarnarono alla perfezione le caratteristiche che Hitchcock prediligeva.

Verso la fine degli anni Cinquanta il regista iniziò ad intraprendere un profondo e definitivo cambiamento di stile: decise di orientarsi verso qualcosa di più complesso, per meglio rappresentare la contemporaneità, in cui dubbio e paure diventano due concetti pregnanti nell’esperienza quotidiana.

L’elemento del brivido assunse una grande importanza, conferendo ai film di questo periodo una dimensione di grande angoscia. Un chiaro esempio di questo “periodo hitchcockiano” è senz’altro il film “Psyco”, che all’epoca destò un grande scalpore a causa dei toni decisamente “horror” e macabri dell’opera. In contemporanea non si dimenticò del piccolo schermo: girò infatti un grande numero di episodi per la televisione, assolutamente slegati l’uno dall’altro, ma uniti tutti da un unico denominatore comune: il crimine in ogni sua forma. Dopo aver ottenuto un altro grandissimo consenso di pubblico per “Gli uccelli” nel 1964, si dedicò al genere spy thriller, fra cui spicca senza alcun dubbio “Il sipario strappato”, con Paul Newman e Julie Andrews. L’ultimo film, “Complotto di famiglia”, venne girato nel 1976, ma non ebbe un grande successo di pubblico, nonostante la presentazione al festival di Cannes e le buone critiche ricevute. Quattro anni più tardi Hitchcock spirò pacificamente nel sonno a Bel Air in California.

Janet Leigh nella celebre scena dell'assassinio sotto la doccia nel film "Psycho" (1960)
Janet Leigh nella celebre scena dell’assassinio sotto la doccia nel film “Psycho” (1960)

Nonostante siano passati più di trent’anni dalla sua morte, le sue invenzioni e le sue innovative tecniche narrative e stilistiche vengono tutt’ora utilizzate; grazie ad esse infatti, egli divenne certamente uno dei registi più decisivi del Ventesimo secolo.

Francesco Alghisi

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